Il 30 novembre 1989, Roma era il fulcro di un cambiamento epocale che stava riscrivendo gli equilibri della Guerra Fredda. In una città in fermento, Achille Occhetto, allora segretario del Partito Comunista Italiano (PCI), si preparava a incontrare Mikhail Gorbaciov, il leader sovietico che con la sua Perestrojka stava cercando di riformare un sistema ormai al collasso. Quell’incontro non fu solo un atto di diplomazia tra due leader di sinistra, ma un momento di alta tensione interna per il PCI, segnato dal tentativo di alcuni esponenti di isolare Occhetto. Come rivelato recentemente, tre dirigenti del Pci volevano chiedere a Gorbaciov di scomunicarmi, ma lui rifiutò, segnando una rottura definitiva con le ingerenze del passato.
Il racconto di Occhetto, che ha ripercorso quei giorni frenetici, getta nuova luce su un passaggio storico cruciale: la cosiddetta “Svolta della Bolognina”, che avrebbe portato alla fine del PCI e alla nascita del Partito Democratico della Sinistra (PDS). Secondo la testimonianza dell’ex segretario, Gorbaciov fu estremamente corretto, scegliendo di non rivelare i nomi di chi, tra gli storici dirigenti del partito, aveva cercato di intercedere per bloccare il processo di rinnovamento. Solo in seguito, Occhetto avrebbe appreso che tra i dissidenti figuravano figure di primo piano come Armando Cossutta, Pietro Ingrao e Aldo Tortorella, esponenti di spicco delle correnti critiche verso la direzione del partito.
La rottura con la “politica del partito guida”
Il rifiuto di Gorbaciov di incontrare i delegati che chiedevano la scomunica di Occhetto ebbe un significato politico profondo. Per decenni, il legame tra il PCI e Mosca era stato inteso in termini di “partito guida”, dove l’Unione Sovietica esercitava un’influenza costante sulle direttive dei partiti comunisti europei. L’atteggiamento del leader sovietico, invece, fu di assoluta non-ingerenza, confermando la sua visione di un comunismo riformato, più vicino alle dinamiche della sinistra europea che al centralismo autoritario sovietico.

Questo distacco non fu un caso isolato. Occhetto ricorda come già nel 1987, durante un viaggio a Mosca sotto una fitta nevicata, avesse percepito la resistenza del PCUS (il Partito Comunista dell’Unione Sovietica) nei confronti di Gorbaciov. In quell’occasione, il segretario italiano dovette confrontarsi con i sostenitori della linea dura, tra cui Egor Ligaciov, che tentavano di nascondere le reali difficoltà del Paese dietro la retorica del “tutto va bene”. Tuttavia, fu proprio il colloquio privato con Gorbaciov a rivelare la portata della crisi: «Tutto qui è terribilmente difficile. Le contraddizioni sono molte e l’ostacolo principale è il partito, le sue resistenze», confessò il leader sovietico, ammettendo la necessità di un cambiamento radicale.
Il contesto internazionale e il ruolo degli Stati Uniti
La desecretazione di documenti diplomatici americani dell’epoca, come i dispacci dell’ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Matlock, ha confermato che il clima interno al PCI era monitorato con estrema attenzione dagli osservatori internazionali. Secondo i documenti citati, alcuni esponenti del PCI avrebbero suggerito che la visita di Occhetto a Mosca fosse finalizzata a ottenere “istruzioni” per la gestione del congresso del partito, un’ipotesi che Occhetto respinge con forza. La narrazione di una dipendenza totale da Mosca era, in quel momento, una lente distorta attraverso cui molti osservatori internazionali leggevano le vicende interne di Botteghe Oscure.

Occhetto precisa che il suo approccio mirava a una modernizzazione profonda: «Io non andai a prendere istruzioni. Non lo feci mai. Sarebbe stata ingenuità o follia chiedere il permesso a Mosca». L’obiettivo, al contrario, era quello di costruire un rapporto costruttivo con le forze socialiste e socialdemocratiche europee, superando lo scontro ideologico che aveva caratterizzato i decenni precedenti. Il dialogo con Gorbaciov si spostò rapidamente su temi di geopolitica globale, come il disarmo bilanciato e la necessità di un’Europa che non fosse divisa da rivalità sterili tra blocchi contrapposti.
L’eredità di Enrico Berlinguer
La riflessione di Occhetto sul declino dell’URSS e sulla necessità di cambiare il nome al partito non nasce dal nulla, ma affonda le radici in una consapevolezza maturata già tempo prima. L’ex segretario ricorda come Enrico Berlinguer, in diverse occasioni, avesse sollevato il tema della trasformazione del PCI. «Già anni prima Berlinguer pensava al cambio del nome per il partito», ricorda Occhetto, citando un episodio durante un viaggio in Sicilia in cui il leader storico del PCI chiese, quasi a bruciapelo, cosa ne pensasse di un’eventuale ridenominazione in “Comunisti democratici”.

Il progetto, tuttavia, non si concretizzò fino alla caduta del Muro di Berlino, quando il collasso dei regimi del socialismo reale rese non più procrastinabile una trasformazione che era, nei fatti, già in atto nelle coscienze di molti militanti. La Svolta, per Occhetto, fu l’atto finale di un processo di maturazione democratica che aveva visto il PCI allontanarsi progressivamente dai modelli autoritari sovietici, cercando una via originale al socialismo che non fu, purtroppo, pienamente compresa o sostenuta dal contesto internazionale dell’epoca.
Oggi, a oltre trent’anni di distanza da quegli eventi, la testimonianza di Occhetto offre uno spaccato prezioso sulla fine di un’era. La storia del Partito Comunista Italiano rimane oggetto di studio per storici e analisti, con archivi che continuano a restituire documenti fondamentali per comprendere le dinamiche di potere della Guerra Fredda. Per ulteriori approfondimenti sugli atti desecretati relativi a quel periodo, è possibile consultare i database dell’Archivio Storico del PCI, gestito dalla Fondazione Gramsci, che conserva la memoria documentale di una delle stagioni più complesse e affascinanti della politica italiana. Vi invitiamo a condividere le vostre opinioni su questo capitolo fondamentale della nostra storia nazionale.
